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Territorio vario e suggestivo – fiume, lago, colline, visioni strepitose dai suoi boschi – nell’anno 1053 fu visitato dal Pontefice Leone IX.
Brunone di Drasburg, Papa Tedesco, cinquantottenne, intrepido viaggiatore, e grande nella santità , si muoveva verso le Puglie, a contrastare le scorrerie dei Normanni (quel popolo nordico, bellicoso e caparbio) deciso ad impiantare un forte Stato, ai confini col Governatorato Pontificio.
Il Papa trova sommerso l’antico Ponte Romano, l’unico per varcare il Biferno, e sosta a Guardialfiera fino al deflusso della piena, per passare poi all’altra sponda e proseguire alla volta di S. Paolo Civitate. Per la filiale e devota accoglienza tributatagli da Adelpherius, dal clero e dal popolo guardiese, elargisce qui la più antica forma di Indulgenza Plenaria Perpetua, donde la singolare Porta Santa di Guardialfiera, prima nella storia universale della Chiesa.
Alla Porta Santa, singolare portale gotico a piacevole mondatura, tutti gli anni, per un solo giorno, dal 1° al 2 giugno, è legato il lucro dell’Indulgenza Plenaria perpetua, “toties quoties”, come per le quattro Basiliche Maggiori di Roma, presso le quali è elargita ogni 25 anni, in occasione dell’Anno Santo.

Antica, di origine pagana, è stata rimaneggiata intorno all’anno 1000, ed adattata al culto cristiano. Le sue mura perimetrali, in un corollario architettonico di segni, offrono la testimonianza di un lungo tempo di storia e di fede.
Pietre parlanti, o silenzio eloquente di pietre. Pietre grezze o lavorate; bassorilievi di figure umane, simboli liturgici, spighe di grano, grappoli e tralci d’uva, un intrigo di fiori, costituiscono la lavagna e l’insieme dei suoi paramenti murari, facendone un libro stampato sulla pietra. Urna polifonica di civiltà diverse.
Fra copiosi intarsi lapidei: dodici archetti pensili, poggianti su testine umane, corrose dal tempo, vorrebbero configurare i dodici Apostoli di Gesù.
Agnelli crociferi, lunette, monofore ed archi tribolanti, rispecchiano quasi l’urna polifonica di messaggi e di civiltà che ci avvincono e che di danno la tonalità del canto e dell’incanto col divino.
Un “ISOS” (sono io stesso Dio) rigato su pietra brunita, esalta la divinità di Cristo, proclamata nel Concilio Ecumenico del 325 a Nicea. E ancora scene di caccia sfavillanti sulla facciata orientale, nel cui tratteggiano il predatore armato di mazza e corno, e l’abbondanza della selvaggina.
In alto, fra grossi semipilastri angolari: un gigantesco rosone murato, guarnito lateralmente da colonnine a spirale, e sorrette da bestiole genuflesse.
E di nuovo uno sciorinare di ornati e bassorilievi, tra cui un delfino bizantino, tre presbiteri processionanti con evangelario e turibolo; ed un Vescovo benedicente, rivestito di solenni paludamenti con pastorale, mitria ed infule svolazzanti.
Scoperta soltanto per caso nel 1975, con i lavori di restauro della Cattedrale, la Cripta è un tesoro grande, architettonico e sacro.
Surreale e mistica è a forma absidale, semicircolare, con voltine di schegge a crociera, gravanti su tozze colonne dal fusto possente, asimmetrico di pietre.
Arcaici capitelli, con coralline a quattro foglie , schematizzate negli angoli, incantano per lavorazione rudimentale e purezza espressiva. Incerta la datazione: paleocristiana, o altomedioevale, o del medioevo maturo. Ogni studioso ne adatta l’epoca, al risultato delle proprie ricerche.
A Piedicastello, fiabesco borgo antico di Guardialfiera, vede la luce il 9 ottobre 1902 Francesco Jovine, una delle figure più alte del novecento letterario italiano. In questo antico villaggio edificato sulla roccia nel quale l’anima sogna il segreto del vissuto ed in cui si respira il suo tempo lontano, Jovine cresce ed ascolta l’affabulazione del babbo che gli narra angherie di potenti, raccapricci di contadini, burla di galantuomini. Nasce così la sua poesia, il suo fantastico mondo, il suo neorealismo letterario.
Protettore della comunità guardiese è San Gaudenzio martire, giovane architetto che, al tempo dell’imperatore Vespasiano, progetta il l’Anfiteatro Flavio, definito molto più tardi “il Colosseo” , per le sue colossali proporzioni. Come per gli altri santi vissuti agli albori del cristianesimo, non si hanno notizie copiose e certe. E’ sicuramente un “testimone” di Cristo.
Nella “Guida ai misteri e segreti di Roma”, narra Longfellow (poeta americano deceduto nel 1882) “…è diffusa l’opinione secondo la quale l’architetto del Colosseo si sarebbe chiamato Gaudenzio. E, perché cristiano, fu ricompensato con l’essere gettato vivo fra le bestie feroci”. In un frammento tratto dalla “Guida ai misteri e segreti di Roma” (Ediz. Sugarno 1980 pag. 76) Mario Spagnol, nello stesso libro, ne conferma l’ipotesi con questa espressione: “Dodicimila ebrei compirono il Colosseo in un solo anno, sotto la direzione di un infelice che, col suo stesso supplizio, rallegrò uno dei primi spettacoli che vi furono allestiti”. Adesso l’intrepido giovane, rischia d’essere proclamato Patrono degli Architetti.
Documenti dell'archivio parrocchiale testimoniano che nel gennaio
Da Roma le ossa del martire, che erano state prelevate dal cimitero di Priscilla e concesse in dono dal Papa Benedetto XIV, furono condotte a Napoli dove nella casa del Marchese di Guardialfiera si deposero in un'urna d'argento, sigillata alla presenza del vescovo di Muro Lucano, monsignor Vito Moio.
Da Napoli le sacre reliquie vennero portate a Guardialfiera dove giunsero nel pomeriggio del 7 aprile
Lo stesso notaio, nel successivo 18 aprile


